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giovedì, 20 dicembre 2007

MI VENDO

Ho finito di leggere un libro dal titolo “ MI VENDO” l’autrice è Serena Basetti. Serena ha un blog su splinder

http://trentennedisperata.splinder.com e il suo nick è saradisperata. Nel libro si denunciano le precarie condizioni in cui sono costretti a lavorare i giovani d’oggi, i nostri figli. Attraverso le vicende di Sara, Serena, mette a nudo tutta la grottesca macchina imprenditoriale che domina il mondo del lavoro. Denuncia i vergognosi ricatti che tanti giovani (e non) sono costretti a subire per mantenere il posto di lavoro. Gli interinali, cosi sono chiamati coloro con un contratto a termine: una spada di Damocle che pende sulle loro teste pronta a cadere per lasciarli senza lavoro, fulcro di forza dei padroni, o chi ne fa le veci, per richiedere e ottenere prestazioni lavorative oltre il limite del lecito. Quale futuro per i giovani? Quale futuro per i nostri figli? Leggendo il blog di saradisperata, mi accorgo che non ha smesso di lottare, non ha smesso di denunciare questa vergogna. Andate a visitarlo e leggete il libro.

postato da: gianniepinotto alle ore 10:32 | link | commenti (12)
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martedì, 18 settembre 2007

NON SEMPRE SI PUO'.

Mi dice il cuore “ Dai un bacio all’amore che sta toccando il tuo tempo”,

ma la coscienza mi grida “No” e m’incatena all’albero delle responsabilità.

Pep

 

postato da: gianniepinotto alle ore 09:48 | link | commenti (5)
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lunedì, 21 maggio 2007

BREMBO

“Dove andiamo oggi pomeriggio?” mi chiede mia moglie mentre stiamo pranzando.

“Non so, dove vuoi” gli rispondo, sapendo già che da parte sua non ci sarebbe stata nessuna indicazione.

“Non saprei, Giuseppe, decidi tu, a me va bene qualsiasi cosa” infatti, è questa la sua risposta.

La maggior parte delle volte tocca a me decidere dove trascorrere il pomeriggio della Domenica, a meno che non ci sia qualche centro commerciale aperto, allora l’iniziativa la prende lei. I centro commerciali, aperti di Domenica li concepisco solo d’inverno o quando d’estate ci sono 40 gradi all’ombra per sfruttare l’ambiente condizionato di cui sono provvisti. Per fortuna, oggi, sono tutti chiusi, quindi si va in giro, ma dove? Sto un po’ li a pensarci e poi per caso mi viene in mente un posto dove siamo stati molto tempo fa, quando mio figlio, il grande, aveva circa 12 anni: in riva al Brembo.

 

Il Brembo è un fiume ed attraversa un paesino a pochi chilometri da dove vivo, Brembate, e subito dopo si tuffa tra le braccia dell’Adda, donandogli le sue acque. L’incontro tra i due fiumi avviene a pochi passi da Canonica, un simpatico paesino situato sulla sponda bergamasca dell’Adda, ai confini con la provincia di Milano.

 

“Andiamo in riva al Brembo?” propongo.

“Si, in riva al Brembo, si papà” risponde entusiasta mia figlia piccola (4 anni). Lei non sa neanche cosa sia il Brembo, l’ultima volta che ci siamo andati non era ancora nata, anche se dal suo modo di fare sembrava trasparire una conoscenza profonda del posto. L’atteggiamento dei bambini nei confronti dell’ignoto è un qualcosa di misterioso, e la mia piccola non è da meno, così io e mia moglie ci guardiamo e insieme diciamo “Andiamo al brembo”.

 

Fatti i piatti, sistemato la cucina siamo pronti per uscire. Naturalmente andiamo in bici, odio prendere la macchina per fare delle piccole uscite fuori porta, con il mezzo a pedale, oltre a consumare un po’ di calorie si apprezza di più il paesaggio e qui è veramente fantastico. La mia bicicletta è una vecchia graziella, trentenne, che ho rimesso in sesto, revisionandola completamente circa cinque anni fa. Quella di mia moglie è una city- bicycle, comprata tre anni fa, munita di cambi e sicuramente più confortevole della mia. Faccio sedere mia figlia sul seggiolino aggrappato al mio manubrio, noto con una leggera emozione, che rispetto all’ultima volta, ci sta dentro precisa e che gli spazi liberi, dell’anno scorso, sono tutti riempiti: la mia piccolina sta crescendo. Tutti in sella si parte. Comincia così il nostro pomeriggio di questa Domenica di Maggio.

 

Da Trezzo ci dirigiamo verso la nostra meta: il Bremdo. Passiamo per Capriate, poi arriviamo a Brembate. Attraversiamo il paese e giungiamo al ponte che scavalca il Brembo. Subito dopo il ponte a destra percorriamo una strada parallela a fiume. Ormai siamo in piena campagna. Gli odori dei fiori, in particolare del caprifoglio, invade le nostre narici, sono profumi intensi che si sentono solo nel mese di Maggio. Intorno a noi, solo prati e qualche casa isolata. Ogni tanto passa qualche macchina, costringendoci a metterci in fila indiana e a respirare la polvere che solleva al suo passaggio, c’è gente che non riuscirà mai ad apprezzare una bella passeggiata all’aria aperta.

Il rumore del motore di un deltaplano attira la nostra attenzione quando passa sulle nostre teste e mia figlia lo saluta agitando la sua piccola mano. Mi guarda e sorride. Intanto le nostre gambe, pedalata dopo pedalata, ci stanno portando verso la nostra meta.

 

Arriviamo in riva al Brembo. L’argine è pieno di ciottoli molto grossi e le acque scorrono solo nella parte centrale del letto, il fiume che ricordavo è ridotto a un ruscello a causa della siccità di questo periodo. Poche piogge l’hanno costretto a occupare un quinto del suo letto e le rive, da entrambi i lati, hanno esteso il loro dominio sul territorio lasciato libero dalle acque. In alcune zone l’acqua resta intrappolata in conche senza uscita, assumendo il tipico colore verdognolo degli stagni.

“Cosa facciamo? Ci fermiamo qui?” chiedo a mia moglie.

“Non so, più avanti ci sono dei posti più belli?” mi chiede lei.

“Si, dove s’incontrano i due fiumi, c’è una piccola spiaggia, però dobbiamo attraversare un piccolo bosco per arrivarci, non ricordi?” gli rispondo.

“Il bosco!! Ma ci sono i lupi?” chiede la piccola.

“No, non ci sono i lupi” gli rispondo rassicurandola con una carezza.

“Allora andiamo nel bosco” decisa risponde.

Ancora una volta Cicci, io la chiamo così, decide per noi.

 

Seguiamo un sentiero sterrato a pochi passi dalla riva. Un venticello giunge in nostro soccorso alleviando un pò la fatica della pedalata, molto gradevole sentirlo penetrare sotto la maglietta e rinfrescare il dorso. Proseguiamo l’uno dietro l’altra mia moglie davanti io e la bambina dietro. Quando ci siamo fermati poco fa ha arrotolato la sua maglietta fino al seno per permettere ai raggi del sole di raggiungere la sua pelle. Ora che mi è davanti osservo la sua schiena, bianca, muoversi al ritmo delle pedalate, e seguire le irregolarità del suolo. Lei ha quarantatré anni ma ne dimostra dieci in meno. Il suo viso è molto giovanile è presenta solo delle piccole rughe vicino gli occhi, che emergono prepotentemente solo se ride o accenna ad un sorriso. La sua pelle è ancora ben tirata, non presenta smagliature, nonostante due gravidanze è molto liscia, gradevole al tatto, il suo odore intenso e piacevole attira sempre la mia attenzione. Mi sono sempre chiesto cosa di lei abbia attirato la mia attenzione, venti anni fa, quando l’ho conosciuta. Probabilmente ciò che la sua pelle emana intorno a lei, si, ne sono certo, il suo profumo naturale che riesce sempre a stuzzicarmi.

 

Il sentiero prosegue all’interno di una folta vegetazione, il bosco di cui parlavo prima. D’un tratto la luce del sole lascia il posto alla penombra. Gli alberi stretti l’un l’altro impediscono al sole di invadere il sottobosco che mi pare sentirlo umidiccio. L’odore che si avverte è molto intenso, sembra lo stesso che sento annusando i funghi. Lo spazio per passare si è ristretto parecchio, il sentiero è incorniciato da piante d’erba molto alta che a tratti lo invadono, rendendo difficoltoso il passaggio. Mia figlia osserva sbalordita, continua a girare la testa a destra e a sinistra come se cercasse qualcosa, qualcuno, forse quel paesaggio gli ricorda molte fiabe ascoltate prima di addormentarsi, e si sta chiedendo dove sono gli gnomi, i lupi, cappuccetto rosso e la casa della sua nonna. I suoi occhi sono colmi di meraviglia, stupore, e scommetto che vorrebbe fermare il tempo, vivere il più a lungo possibile quest’avventura inattesa, continuare a scrutare tra gli alberi, tra i rovi, nella speranza di vedere gli eroi dei suoi sogni. Ma non c’è più tempo il continuo alternarsi delle gambe ci sta portando verso l’uscita, gli alberi cominciano a diventare meno fitti il sole s’impone all’ombra e tutto svanisce in pochi metri. Lei continua a voltarsi, guardando verso l’oscurità del bosco forse un po’ delusa per non avere visto nessuno dei suoi eroi.

Ecco finalmente il posto tanto cercato: una piccola spiaggia con sabbia molto grossa, un ampio prato dove stendersi e il fiume. Non siamo soli, qualcuno è giunto prima di noi. Sul letto secco del fiume ci sono due grossi scogli, piatti, puliti, ideali per stendersi e prendere il sole. Uno dei due è occupato da un signore sulla cinquantina, noi prendiamo possesso del altro. È facile arrivarci, ma bisogna fare molta attenzione per evitare di cadere mettendo male il piede su uno dei ciottoli presenti sul letto secco del fiume.

Tolgo la maglietta e resto a dorso nudo, mia moglie arrotola ancora di più la sua e si toglie il reggiseno, accorcia il più possibile le gambe del pantalone e si siede rivolta verso il sole donandosi completamente ai suoi raggi. La piccola è in mutandine ed è seduta ad un estremo dello scoglio e si bagna i piedi nell’acqua. A pochi metri c’è una coppia di ragazzi con un cane che continua a tuffarsi nell’acqua inseguendo i sassi che vengono buttati dentro, in un gioco interminabile di delusione ed entusiasmo, visto che non riesce a recuperarne neanche uno.

Cicci ha sete, e a dire il vero anch’io, così mi dirigo verso le bici per prendere la bottiglia d’acqua e qualche bicchiere. Ci dissetiamo.

Mia moglie è rimasta immobile, statuaria, assorbita completamente dalla voglia di un po’ di abbronzatura. Mi avvicino a lei e mi siedo dietro di lei. Allargo le mie gambe e accosto il mio bacino al suo. Solo che il mio bacino è il mio cazzo e il suo bacino è il suo culo. Il mio cazzo contro il suo culo. In questa posa tanto eccitante la stringo a me dandole un bacio sul collo. Io ho velocemente un erezione. Un erezione potente, incontrollata. Lei si accorge del mio nuovo stato e spinge il suo culo verso il mio cazzo, sdraiandosi addosso a me appoggiando la sua testa sul mio petto. Io mi trasformo in una sdraio umana, appoggio le mani per terra, dietro di me, e faccio forza per sorreggere entrambi, mi spingo sempre di più verso di lei pompando un po’ con il mio bacino sul suo. La tiro su un attimo, per sfilare le maniche della sua maglietta e trasformarla in un reggiseno improvvisato, per permetterle di prendere il sole anche sulle spalle. La stringo a me, le accarezzo la pancia e la bacio sul collo. Lei si gira e mi dona le sue labbra, la sua lingua ha un sapore di libertà, la sento mia, pienamente mia. La mia mano scivola sul suo petto e penetra sotto quel reggiseno improvvisato che non gli oppone nessuna resistenza. Sento la morbidezza del suo seno e l’indurirsi del suo capezzolo, prima la tetta di sinistra, la mia preferita poi quella di desta. Lei si lascia andare un attimo al richiamo dei sensi, baciandomi teneramente ad occhi chiusi, poi di scatto si stacca e invita la mia mano ad allontanarsi. Mi guarda come per dire “che cosa stai facendo c’è gente”, e io la guardo come per dire “e chi se ne frega” nella lotta degli sguardi gliela do vinta e mi calmo un po’, tornando ad accarezzare la sua pancia. Il signore cinquantenne sdraiato su di uno scoglio, a circa dieci metri da noi, aveva osservato tutte le nostre effusioni e nascondendosi dietro i suoi occhiali da sole continuava a guardare mia moglie pensando di non essere visto.

La piccola intanto si era accostata a noi e si era sdraiata di traverso appoggiando la testa sul fianco della madre, che aveva preso ad accarezzargli la testa.

Sono ancora eccitatissimo, avvicino il naso al suo collo e annuso, si annuso come fa la cagna con i suoi cuccioli, voglio sentire il suo odore invadere il mio corpo, saturarmi delle sue essenze, imprigionarle nella mia memoria per sentirla viva dentro di me, anche quando questo meraviglioso attimo di una domenica qualsiasi di Maggio, sarà finito. Non resisto, allungo il braccio e metto la mano tra le sue gambe, il pantalone è talmente leggero che sembra non esserci. Sento il morbido del suo pube e con il dito separo le labbra. Lei s’incurva spingendo, ancora una volta, il suo culo contro il mio cazzo. Osservo il signore cinquantenne alzare la testa e guardare fisso verso di noi, sfacciatamente senza timore di essere colto in fallo. Io lo vedo ma non gli do peso, continuo ad accarezzare la figa di mia moglie  in modo visibile, da sopra i pantaloni stringendola sempre di più a me. E’ bello sentirsi invidiati ogni tanto, è un emozione che nella mia vita ho provato poche volte e questa è una di quelle e la vivo in pieno, assaporandola secondo per secondo senza perdermi un istante, addirittura decido di forzare la mano: voglio esagerare, voglio che tutto il mondo, oggi, sia invidioso di me, della fortuna che ho ad amare ed a essere amato da una donna come lei. Infilo la mano sotto la maglietta, che ora altro non è che un groviglio informe che copre il suo petto, e palpo i seni, senza alcun timore di essere visto in maniera vistosa e maialesca. Volgo il mio sguardo verso il signore cinquantenne, ci sta ancora guardando, anzi strategicamente ha cambiato posizione mettendosi rivolto verso di noi. Allora alzo il tiro, voglio proprio farlo morire d’invidia, sollevo leggermente la maglietta lasciando intravedere una parte del seno, l’ho visto rizzare il capo e puntare il petto di mia moglie come fa il cane con la sua preda. Poi l’intervanto repentino della mia consorte mette fine ai giochi e la sua occhiata fulmina persino il mio povero cazzo che torna buono buono in stato di quiete.

 

Bello, molto bello il posto dove ci siamo fermati, è immerso completamente nella natura, nel punto in cui due fiumi lombardi si fondono per proseguire la corsa insieme verso il Po. Lo scorrere dell’acqua fa da sottofondo, il volo degli uccelli da cornice, il cielo azzurro da sfondo a questo quadro dipinto dalla natura nel quale ci stiamo muovendo oggi pomeriggio. Certo sarebbe bello essere soli, poter fare l’amore liberamente, senza il timore di essere visti o di dar fastidio a qualcuno. Ma è bello anche così, vivere momenti di forte eccitazione fisica ed emotiva senza per forza giungere da qualche parte, senza arrivare a fare veramente l’amore, intendo dire. Questi attimi che resteranno sempre sospesi nell’inconsistenza di qualcosa che non si è fatto, sono i più belli da ricordare.

 

postato da: gianniepinotto alle ore 14:26 | link | commenti (6)
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mercoledì, 18 aprile 2007

IL PASSATO NON DIMENTICA.

Sei felice, o almeno pensi di esserlo.

Costruisci intorno a te un castello fortificato nel quale si svolge tutta la tua vita, con tua moglie e i tuoi figli.

Un ambiente dove ti senti sicuro, dove realizzare i tuoi sogni, dove vivere felice.

Proprio quando pensi di aver raggiunto la stabilità tanto cercata e tanto sperata, qualcuno bussa al portone.

Apri.

In un attimo la tua fortezza crolla, la sua cinta si sgretola come fatta di sabbia che perde di colpo la forza che tiene insieme, compatti, gli infiniti granelli.

Il passato che ritorna.

Il passato dimenticato.

Le faccende irrisolte tornano sempre a bussare alla porta,

questa volta hanno bussato alla mia.

Pep  

 

postato da: gianniepinotto alle ore 08:01 | link | commenti (9)
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lunedì, 02 aprile 2007

MA CHI CIO' FA FA'

Se per ogni uomo c’è una donna, invertendo i fattori, per ogni donna c’è un uomo.

Sarà solo una o uno o più di una o uno.

Nel momento in cui decidi di legarti sentimentalmente con una persona dal sesso opposto al tuo, è l’unica con cui puoi avere rapporti? Sessuali intendo.

 

Se si, allora perché provi attrazione per una qualsiasi creatura che attraversa la tua strada, nel mio caso per qualsiasi femmina che sfiora la mia sfera emotiva.

Non dovrebbe esserci una sorta di inibizione naturale, un ormone della dissuasione che viene prodotto appena t’innamori di qualcuna e che riconosce solo lei come legittima detentrice del tuo cuore.

 

Se non esiste una difesa naturale la risposta alla domanda è no.

Allora perché continuiamo ad amare e ad avere rapporti solo con una persona, soffocando il richiamo istintivo nei confronti delle altre?

 

Questione istintiva: difficile crederci;

razionale: può darsi;

sentimentale: ma non è istinto e ragione insieme?

 

Maremma maiala come è difficile mantenere fede ad una promessa fatta, perché è solo di questo che si tratta, vero?

 

Riflessioni razionali,  estremamente razionali ma sensate sul legame a due per sempre.

 

Pep

postato da: gianniepinotto alle ore 08:28 | link | commenti (6)
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venerdì, 23 marzo 2007

LA FORZA DELLA SALSA.

 Allungo la mia mano, verso di te,  per invitarti a ballare. Tu accetti e mi dai la tua. Ormai sei catturata il tuo palmo è appiccicato al mio. Ci avviamo verso il centro della pista sulle ultime note di una canzone che allunga il suo braccio per salutare tutti coloro che hanno gioito ascoltandola.

Siamo in posizione. Quella d’inizio, quella di ballo sociale. Quella dove prendo la tua mano destra e la tengo appoggiata nella mia mano sinistra e la destra cerca dolcemente la tua scapola sinistra mentre la tua sinistra solletica mia spalla destra. L’uno di fronte all’altro sfiorandoci le pupille con sguardi che penetrano nell’animo e mettono a nudo le tue emozioni colorando le tue guance di un colore rosso pallido. Forse ti tengo un po’ troppo stretta tanta è la voglia di cominciare, tanta è l’impazienza di vederti volteggiare tra le mie braccia. Sudo freddo, tanta ansia, il cuore mi batte forte, sento anche il tuo battere nelle vene della tua mano, cerca di copiare il mio, attimi interminabili e quel  uno che non arriva più.

Ecco ci siamo, partiamo secchi al primo uno, cerchiamo di capire il tempo, il ritmo, con un paio di “pendoli” è una canzone nota, la conosco bene, altre volte l’ho già ballata “Lola”. “Cross body lead”, poi ti mando in settanta, cerco di eseguire l’ultima figura studiata “il settanta super complicao”. Riusciamo ad arrivare in fondo alla figura, non è stata un gran che, non importa, mi riuscirà meglio la prossima volta, non c’è delusione nei tuoi occhi tanto meno nei miei. Ti invito a fare un “aspirina”, quando volteggi davanti al mio corpo accendi anche l’ultimo ormone rimasto spento è continuo l’eterno gioco del richiamo con i movimenti che fai con il tuo bacino. Siamo uniti in un solo corpo, i miei movimenti sono i tuoi movimenti, le tumbadoras guidano i nostri passi, il nostro tempo. Seguiamo la musica meccanicamente, come serpenti incantati, non c’è più bisogno di farti capire quale figura eseguire. I nostri sguardi comunicano, tu sai già cosa stiamo per fare, quale movimento sto per chiederti e lo esegui benissimo con grazia e armonia seguendo il ritmo caliente della canzone che ormai sta per finire. Ultimi istanti di un esperienza unica che lascia il segno. Un segno stampato nella memoria, simile ma non uguale a tanti altri balli fatti, inequivocabilmente unico.

Siamo al termine. “Brava” ti dico, poi ti accompagno a sedere e ti lascio con i tuoi amici.

La forza della Salsa nel fondere due corpi in uno, nel sollecitare sensazioni forti anche tra persone che non si conoscono è notevole. Chi ama la Salsa prova emozioni “pure” mentre balla. Se ti capita di ballare con persona che prova quello che provi tu per questa musica, ti sentirai risucchiare in un vortice di passioni, ti sentirai parte integrale dell’altro corpo, impotente nel dominare i tuoi istinti, accarezzato da una soave brezza che ti fa sentire leggero, trasportato, senza poter opporre resistenza, come in un sogno dove cerchi di scappare ma non riesci a muoverti.

Amici Salseri auguro a voi tutti belle giornate al ritmo caldo e sensuale della Salsa.

Dedico questo post a due ragazze salsere che mi hanno accolto in casa loro senza indugio donandomi fiducia e amicizia: Sonia e Francesca.

Pep

postato da: gianniepinotto alle ore 16:53 | link | commenti (8)
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lunedì, 12 marzo 2007

Un gabbiano per amica.

Vorrei vedere il tuo sorriso, tenere la tua mano e ascoltare con te il mare.

 

Ascoltare il battito del tuo cuore, nella quiete, battere accanto al mio.

 

Rubare la fresca fragranza del tuo essere donna e inondare il mio animo di uomo triste.

 

Entrare dentro il tuo corpo e guardare gli occhi della tua anima, teneri specchi nei quali scoprire l’amore.

 

Gustare il nettare della tua compagnia per alimentare la mia anima sola.

 

Liberare il tuo volo,  osservare i tuoi disegni, tracce lasciate nell’aria, scalfite nei miei occhi.

 

Sentire il profumo del tuo passaggio sopra il mio viso fino a quando stanca ritorni giù.

 

Entrare in punta di piedi nel tuo mondo, rimanerci un attimo, assaporare la tua essenza e poi lasciarti un pezzetto del mio cuore.

 

Vivo in un mondo di sogni fabbricando fantasie.

 

Pep

 

Dedicato ad un gabbiano dolcissimo al quale sono riuscito a rubare un po’ del suo tempo, un po’ della sua vita e ingabbiarla nella mia, anche se solo per un attimo. Grazie del tuo dono.

 

postato da: gianniepinotto alle ore 08:49 | link | commenti (10)
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martedì, 06 marzo 2007

IO CI SPERAVO.

Io ci speravo.

 

La mia esistenza scorre sul letto del tempo, lasciata, abbandonata al suo destino si lascia trasportare senza aver più la forza di reagire.

 

Le delusioni del passato riaffiorano e mi ricordano, con i cocci, che non è la prima volta che dono me stesso in cambio di niente, spettri che alimentano la mia paura e gelano ogni speranza, messaggere di sventure che falciano l’ultimo filo del sogno fatto con te.

 

Lascio morire la stagione della mia vita insieme alle forze con cui ho lottato fino a pochi attimi fa. Mi abbandono lasciandomi travolgere dalle grida del mio cuore stretto dalla morsa della delusione.

Gli occhi fissi palpano, palmo a palmo, la strada cercando il tuo disegno che scalfisce l’aria. Un soffio di vento cancella l’ultima traccia del tuo passaggio sul mio viso.

 

Nulla, nient’altro che il nulla, eppure io  ci speravo.

 

La vita va avanti lo stesso.

 

 

Dedicato ad una amica in cui ci speravo.

 

Pep

postato da: gianniepinotto alle ore 08:37 | link | commenti (6)
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venerdì, 23 febbraio 2007

Mi è capitato, durante il viaggio che faccio per recarmi al lavoro, di osservare due coppie d’innamorati. Già in passato mi era capitato ma questa volta è successo qualcosa di grandioso.

 

Le due coppie erano sedute davanti a me, ed io osservavo alternativamente prima  una poi l’altra.

 

La prima coppia dialogava: lui diceva a lei che l’amava;  lei diceva a lui che l’amava.

La seconda coppia era in silenzio, si guardavano negli occhi senza aprire bocca.

 

La prima continuava: lui diceva a lei che l’amava tanto; lei diceva a lui che l’amava tanto.

La seconda continuava il viaggio in silenzio mano nella mano guardandosi negli occhi.

 

Io continuavo ad osservarli perplesso.

 

La prima ribadiva: lui diceva a lei che l’amava più della sua vita; lei diceva a lui che l’amava più della sua vita.

La seconda continuava il silenzio come pietrificata.

 

La prima coppia continuo nella sua altalena di parole “d’amare più…..”  la seconda invece non pronunciò parola.

 

Mi fece riflettere questo episodio.

La prima coppia usando tante parole e paragoni non riusciva a comunicare quanto grande era l’amore che li univa. Con le parole, mi dava l’impressione che cercassero di capire ciò che gli stava succedendo senza riuscirci, cercando ogni volta espressioni diverse per comunicare ciò che avevano dentro. Quel rumore apparentemente ricco di significato giungeva alle loro orecchie senza apportare la giusta dose di comunicazione. Rompeva il silenzio, lo straordinario strumento per raggiungere l’altro nelle sue profondità, per afferrare la sua essenza e comunicargli il suo amore, semplicemente così.

 

La seconda coppia con un magico silenzio riusciva a dirsi cose che nessuna parola al mondo poteva esprimere e tantomeno lo posso fare io adesso.

Loro erano li presenti con i loro corpi consapevoli di quello che gli stava succedendo.

 

Gli altri due avevano lasciato i loro involucri terreni, per andare in giro per il mondo, a cercare parole per esprimere  ciò che solo il silenzio con la consapevolezza di se può dire.

 

“Ho guardato dentro di te e non ho visto nessuno. Batto  forte alla tua porta con le mie parole in modo che tu possa tornare. Accetta il mio dono”

 

Buona comunicazione a tutti.

Pep

postato da: gianniepinotto alle ore 10:17 | link | commenti (11)
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martedì, 20 febbraio 2007

 Avete mai provato ad apprezzare, quanta pace c’è in un cimitero?

 

 Ascoltare il silenzio, lasciarsi trasportare dalle emozioni che solo un posto del genere può    offrirvi.

 

 Io l’ho fatto e ho trovato pace.

 

 Ho guardato una per una le foto dei defunti e ho parlato con loro.

 

 Li porto dentro di me, ho già degli amici nel mondo che mi attende.

 

 Ho già persone che mi aspettano e questo mi da pace.

 

 Nulla mi deve far paura se non la paura stessa, loro me l’hanno detto.

 

 Io ci credo.

 

 

 Ispirato da un racconto pubblicato sul blog www.bistrotapigalle.splinder.com da Crisalide che  scrive anche sul suo blog www.phduepuntocinque.splinder.com vi consiglio di fargli visita è molto brava.

 

 p.s. Quello che ho descritto lo faccio veramente nel cimitero del mio paese natio dove ci sono anche  tombe di 250 anni. Ve lo consiglio vi darà pace.

 

 

postato da: gianniepinotto alle ore 17:08 | link | commenti (6)
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